Vi mancavano i miei
post lunghi e tempestosi, eh? Pensavate che v'avrei abbandonato, naufraghi nell'irto di perigli mare del Web?
None. Invece, eccomi qui, invero, che da novello Caronte vi lancio quest'ancora di cemento armato pronta a trascinarvi sul fondo del barile dove troverete me in guisa di pesce, che son io pratico come pochi dell'arte sublime di motteggiar facezie come i pesci in barile, appunto, che periplo di sintagmi, ho l'affanno. Che motivo ho di premettere tutto questo? La vita, come diceva Gimondi, è fatta a tappe e lui era
Felice (non tanto delle tappe, da due bajocchi questa, eh, abbiate pazienza).
Nel lontano 27 febbraio 1998
Anno Domini, il sottoscritto si sottoponeva ad un prodigioso intervento chirurgico che, dal suo irriferibile peso di allora (indossavo abiti su alcuni dei quali campeggiava sinistra&fiera la scritta Circo Wigliams), lo portava (siamo quivi nel Duemila, l'alba del
nòvo millennio, le sfide del
nòvo millennio, ciarriveremo al
nòvo millennio e via, a cazzata cantare) sulla soglia di quelli che vengono definiti
homo sapiens sapiens (una volta si sarebbe parlato di
homo zeppelinii). Dal Duemila (omissis) al 2006 il sottoscritto fa la conoscenza dell'ultimo degli dei, detto anche Dioniso, che dalle verdi valli d'Albione lo conduce alla consumazione selvaggia di oscuri&limpidissimi (il primo che fa motto sul costrutto antifrastico o sulla benché minima figura retorica da me adoprata verrà frustato a sfinimento e sottoposto all'ascolto di tutti gli LP di Davide de Marinis) liquidi, con i quali, novello Jack Sparrow (ma sarebbe meglio, dato il tasso alcolico, o Jack London o Jack Kerouac), io reconquistai garrulo&festante, praticamente tutto il peso perso (per buon peso di chi se lo fosse perso, appunto) in due anni di
caduta libera, in cerca di uno schianto (non si accettano post in merito, non è un concorso). Inoltre, Dioniso, dalla sua credenza (ed io credevo, eccome) mi mostrò, tra '
l ribollir de'tini, l'aspro odor dei vini, senza nemmeno sussurrar niente di particolare. La frittata era fatta, il Rubicone valicato, il dado era tratto, in breve s'era da capo a XII. E qui accade il prodigio: l'
òmo, tra i suoi mille geni&cromosomi a l'aura sparsi su questo a volte greve corpaccione, cià anche quello della tigna e dell'ignoranza, dovuto, vivaddio, anche all'esser orgogliosamente figlio di tenaci&sapienti mastri casari. Indi per cui, il sottoscritto (per merito, ma sarebbe imprecisa tal dizione e allora ancor m'arrabatto a dare un nome a ciò, ma ciò che conta è il fine, tal Niccolò lo scrisse un qualche lustro fa) si riarma e si riappropria di quanto apparentemente conquistato in precedenza, tornando pressoché al primato conquistato (ed agognato, imperocché) ad inizio millennio (non lo scrivo più, giuro, m'infliggerò pene corporali severissime).
E qui si verifica l'inaspettato (d'altra parte, chi non s'aspetta l'inaspettato non scoprirà mai la verità - Eraclio, ma anche Riccardo Pangallo): l'epidermide, il derma, quel benedetto primo strato, origine di tante nefandezze, oscenità e tangheraggini sulla superiorità di una razza sull'altra, inopinatamente (una sega)
cede. Non con pianto e stridor di denti come tuona
Colui che è dall'Antico Testamento, ma semplicemente perché
tira tira poi alla fine se ne vene© (Federico Marcucci, 1993). Quindi, lo scrivente constatò con sgomento, dopo un'estate trascorsa tra l'agî e l'ozî della terra pànnone che sopra il di proprietà
pistor (dal latino pestello, l'utensile col quale si pesta nel mortajo per fare il
pistu alla xeneixe) gravava un buon palmo dell'orrido
addome pèndulo, sul quale anche lui, Umberto, coso lì, come si chiamava, toh, Ecco Umberto, appunto ebbe a scrivere (altra satiretta da due bajocchi). Bòn: gambe in spalla e via, recarsi tosto presso il nosocomio di Marsciano a scambiar quattro parole col di lì
cerusico, memore di quanto buono fu fatto a tempo e luogo.
Orbene: il nostro, di natali labronici e quindi già con una saccocciata di punti in favor suo, mi comunica, omettendo però (mal me ne incolse, ohimé) un particolare assai sgradevole che in cinque giorni sarebbe stato tutto risolto, un
cauciu in culu e buon viaggio, con un addome che nemmeno Giònni Weissmüller. Io m’organizzo, anche a fronte di alcuni impegni e mèmore (è Mèmore il nome mio, folletto sono io, scusate, m’è presa) dell’antico adagio che
è meglio ave’ paura che toccanne, mi prendo una
semana in più che non si sa mai. Le opere e i giorni si succedono fino alla domenica prima dell’intervento (scusate, ma mentre scrivo, su un’oscura emittente m’è balenata Lina Volonghi,
mancapòo mi metto a piangere), nella quale, la sera faccio l’uomo pio e retto e non consumo alcunché ché in un intervento chirurgico tutto può succedere ed è meglio patir leggieri. Orsù, ecco la prolissa cronaca di sette giorni che avranno modo di permanere in maniera imperitura nella memoria mia:
Giorno 0, 27 ottobre: come non sapevo, il giorno prima dell’intervento non si conteggia, ergo si parte da zero, ma questo non è un dato significativo, c’è di peggio; alle sette e trenta, neanche fossi in un romanzo di Ottieri, mi presento in fabbrica puntuale come un Blancpain e aspetto di far la parte dell’ingranaggio come in un qualunque Moede. Siamo in tanti e le due camere di
day surgery (mai nome fu più falso&truffaldino) verranno farcite con dovizia di pazienti, tra i quali anche il sottoscritto. Orbene (e due), il mio intervento, pur non interessando né le mie viscere né tantomeno le mie miserelle fasce muscolari è comunque un taglia e cuci di quelli che, si dice, richiedano vieppiù una certa perizia e freschezza di corpo e spirito. Infatti le ore della mattinata trascorrono inesorabili a stomaco desolatamente
vòto e senza una goccia d’acqua ché dalla mezzanotte
francu ‘e ‘n’e viere, guai a berne. Intanto il gran Circo Wigliams dell’arte chirurgica parte con una mirabolante trimurti d’ernia al basso ventre-polipo rettale-cisti scrotale in un corpo solo che boja, manco Copperfield, mentre l’altri miei due sodali s’accomodano via via sul letto per un tremendo polipo rettale e poi per un qualcosa di non ben precisato sempre al basso ventre (tutti operati da quelle parti ,mah). Preoccupazione, sgomento e quant’altro nella mente mia s’affollano scomposti ché sono le cinque
de la tarde e il toro non è stato ancora chiamato a combattere l’impari pugna nell’arena; mi perplimo oltremodo ché qui non tira un filo di vento e non c’è nessuno qui, mancano le palle d’erba, i cactus e i coyote, oltre che al
bandido Mezcal. Ecco il lettino, tocca decisamente a me, son l’ultimo, non c’è di che sbagliarsi. Mi sdraio e il mondo, in quella prospettiva, anche per una passeggiata come può essere il mio intervento è sempre sgradevole, o come ho detto a un mio buon amico, è sempre spiacevole guardare la marca del cannello dell’ossigeno a testa in giù. Una volta dentro l’infermiera di sala (curioso, è come al ristorante, c’è il cuoco, il
comis di cucina, il
mâitre di sala, il
comis di sala e i camerieri e la pietanza sbagliata nel
mio piatto, eh tutt’uguale) nota che non mi son depilato a sufficienza (immagine rivoltante, ci metto la mano sul fuoco che poche altre cose raccapricciano in egual misura) e rade ulteriormente le pudenda, sfumando pericolosamente verso i corpi cavernosi al che faccio la solita battuta da maschio intelligente che merita l’altrettanto consueta risposta da infermiera che
ma quanta originalità in un uomo solo. Dal carrello della spesa vengo cortesemente adagiato neanche fossi una pregiata arista sul tavolo operatorio che non ricordavo essere così gelido, io che dormo in prezioso costume adamitico anche a dicembre, ergo chiedo se posso avere un qualche conforto e scopro, manco fossimo alla Volvo che il lettino è scaldabile; se ne è fatta di strada da Esculapio, penso io, quindi si fa due chiacchiere coi presenti, dopodiché arriva l’anestesista che con una battuta notevole mi appoggia la mascherina in volto dicendomi di respirare forte l’ossigeno e penso, prima di librarmi come una tipula sghemba nel cielo dell’oblio che se Mengele avesse fatto una simile battuta a Oswiecim forse a Nürnberg l’avrebbe scampata, quel pazzerellone.
Buio.
Mi risveglio qualche ora dopo (mi dicono circa tre ore dopo fra dormi, taglia, cuci, risveglio) con una strana sensazione, dovuta senz’altro (che avverbio idiota, ma pratico per troncare qualunque nojosa conversazione assieme a
d’altra parte è così, d’un efficacia aurea) all’anestesia e con una poderosa flebo di soluzione salina da litri due ancorata al braccio destro. Siamo in quattro e ci siamo svegliati tutti, almeno chi ha subito l’anestesia totale: sono in day surgery 2, letto numero sette: alla mia sinistra, guardandomi dalla parte di chi mi guarda (bell’immagine, nevvero, chiara peraltro) c’è Mario, moglie munito, l’uomo del tre in uno che ha la sua bella parte di dolori e vorrei vedere come ci si sente ad essere l’omino de L’Allegro Chirurgo il 25 dicembre di prima mattina, appena scartato. Alla mia destra c’è Franco, anche lui operato per un doloroso nonnulla al basso ventre con la felliniana consorte che veglia amorevolmente su di lui e di fronte,
belìn, Antonio da Bordighera e signora che attende l’altrettanto doloroso commiato dell’anestesia epidurale che lo lascerà in braghe di tela, ria&vigliacca come tutte le anestesie epidurali di questo mondo, che tu sei sveglio e va bene non sento niente, poi arriva inesorabile come una mòssa di corpo dopo quattro chili di cocomero marmato d’agosto subitaneamente fagocitato e lì sì che son dolori.
La flebo (le flebo, mi dicono) hanno compiuto il loro sporco dovere e tu sei lì,
comfortably numb con la vescica che silente s’è riempita che tu neanche te ne capaciti e invece lei, oh se. Come si fa? Non c’è
Gildo accanto al mio letto (solo Giorgio Gaber poteva scrivere una canzone così poetica su di una vacanza in nosocomio, quanto ci manchi, Giorgio) che mi dice da sdraiato come devo fare: Antonio sta anche peggio di me, che l’epidurale da lì in giù ha sopito quanto c’era da sopire e Mario è messo come è messo. Eppure Mario suggerisce la via, lo zen e l’arte della minzione da distesi, l’oracolo: “Non ti devi concentrare, anche quella è un’esperienza”. Scoppia una risata cooperativa&collettiva che ha del consolatorio, ride anche Antonio che si sforza e anch’io, ma picche, mentre Franco intanto, provato dall’intervento pensa di concedersi un sonnellino. Lui. C’è che per la maggioranza degli interventi la peggior costrizione è quella di dover dormire proni con gran vituperio di vertebre cervicali e affini; inoltre l’uomo a pancia in su russa implacabilmente; Franco no, non russa. Franco attiva un poderoso gruppo elettrogeno a legna a ciclo discontinuo in un’orda barbarica di decibel che invadono l’intera stanza, nemmen alla loro testa ci fosse Odoacre a deporre l’ennesimo accidioso&ignavo Romolo Augustolo. La compagna di Antonio, atterrita, cerca gli sguardi dell’altrui compagne, mentre la consorte di Franco tenta invano di dissimulare prima e di destare con successo l’emittente poi. Giunge la sera, ho una gragnuola di punti e strip imbastiti neanche fossi un
culurgione campidanesu e il dolore meno sopportabile è dovuto alla schiena che mal regge il peso prossimo al centinajo di chili, diamine, si dorme proni, merda, merda, fortissimamente merda. Infatti cala serena la notte, beata lei ed io non ho preso sonno ed oltrepasso, acciaccato maledettamente, la mezzanotte con de’giacigli duri come il basalto che danno il tormento alla mia già provata cervicale.
Giorno 1, 28 ottobre: sono le quattro e mezza e ho dormito canagliescamente a spizzichi e bocconi e ho l’impellenza di votàr la vescica ché le flebo son state travasate a josa e quel che entra deve uscire, nulla si crea nulla si distrugge tutto si trasforma, postulava Lavoisier (o Avogadro?) e aveva ragione. Chiamo l’infermiere (l’unico di sesso maschile, Roberto, un personaggio strappato a viva forza dal Derby di Milano, cabarettisti si nasce ed è un’arte genetica che s’affina e non si forgia da zero) e gli sottopongo la v
exata quæstio. E qui nasce la domanda e nasce male parecchio: ce la fai a farla sul pappagallo? No, perdiana, è tutt’oggi che ci provo, te che dici, eh?. Allora la seconda domanda nasce ancora peggio: ce la fai ad alzarti in piedi? A posteriori ho pensato: ho una scarica di punti e strip al basso ventre, interni ed esterni, ho due drenaggi, son uscito dall’anestesia nemmeno dodici ore fa, ma che domanda è? E invece il temerario scrivente, in preda ad un
horror cateterii s’alza ratto&guiscardo appoggiandosi al suddetto operatore sanitario e riesce a svuotare in parte un qualcosa. È fatta (mai come in questo caso), anche se mi sento come un sacco di juta sgonfio, avrò la pressione sotto alle terga, se va bene. Torno a letto e spossato, vivaddio, crollo. Sveglia alle sei (un’ora di sonno, facci la birra, direbbero) e termometro, cambio di flebo, ancora niente acqua (di introdurre cibi men che meno solidi figurarsi ma non ho fame e la cosa m’inquieta) e la vescica che silente si riempie ancora. Alle nove e trenta si palesa un’infermiera, Anna, chilogrammi quaranta con vestiti e camice, con un cognome impestato di cappa e doppie vù che mi fa intuire appena appena le origine polacche, Katowice per la precisione, città che fu diocesi dell’allora vescovo Carlo Woytila, di una dolcezza e professionalità uniche, tra l’altro amica carissima di una mia cugina (ma questo lo scopro dopo). Ella mi formula la domanda della mattina ed io, forte della mia prima precedente alzata, provo a rialzarmi e d’un balzo lo scrivente, feroce idiota definitivo si pone all’impiedi, senza nemmeno sedersi e dare un ordine sensato alle cose, noncurante del sudore freddo e del malessere latente della mattina dopo dell’intervento, il maledetto giorno 1, ed eccomi che sto orinando sul pappagallo: mi sento poco bene...
* * *
Buio pesto.
* * *
Riapro gli occhi che sono sdraiato per terra, con un infermiere (o un medico?) che mi tiene le gambe su e ho tutti gli occhi su di me, che è successo? Dove mi trovo? Che cosa è successo? Sono svenuto? Maledetto idiota presuntuoso, sì, sei svenuto e tutto questo per un cazzo di paura per un tubo da infilarsi su per l’uretra, non c’è mai morto nessuno, brutto stronzo. L’altro medico (o il solo? È tutto ancora assai nebuloso) elenca gli esami che devo fare immediatamente, in ordine sparso: controllare la saturimetria, emocromo completo, stick glicemico (l’idiota che scrive ha anche la faccia tosta di dire che nessuno in famiglia ha mai sofferto di diabete, cosa se ne fa di un simile esame, silenzio perdio), pressione sanguigna (scopro di avere 90 su 50, mi sembra di morire e mi sto cacando sotto dalla paura, sì, ho paura, stramaledizione) innanzitutto, questo tanto per gradire. In quattro mi rimettono sul letto, compresa Anna che (non lo sapevo) ha un ematoma sulla coscia dovuto al fatto che gli sono letteralmente franato addosso ed è reduce da un’operazione per un polipo all’intestino, toh,
c'en fatto la giunta, quando si dice. Anch’io scopro di avere un ematoma, anzi, un grosso ematoma che mi preme in basso a sinistra, su un nervo dell’inguine, ma dove sono caduto, come ho fatto a non battere la testa?: è come se mi stessero strappando via la pelle, la carne viva e più precisamente dalla piega addome-coscia. Il dolore è insopportabile, lancinante, sto con i glutei e i muscoli delle gambe contratti dal dolore, ma che cosa è successo, ma soprattutto, che diamine ho combinato,
what a mess I’ve made, che casino che ho fatto. Niente da fare, non passa, fa male: mi portano a fare un ecoaddome per vedere le dimensioni del danno, di questa bestia che ho in corpo, sto gelando, grondo sudore freddo, non m’è mai successo niente del genere, merda, sono in preda al panico più completo, mi darei due schiaffi, ora so che significa quando la saturimetria e la pressione arteriosa (o sanguigna, come si chiama correttamente poi, non so) precipitano e vanno in vacca, chiamo i medici e ci sono veramente tutti intorno a me; mi portano di sotto in barella e mi fanno anche una rx addome, con barella e tutto, non riesco ad alzarmi, col cazzo che mi rialzo, mi sento di spugna, di gelatina, sembra che non ci sia niente, zitto, adesso bisogna controllare se mi si è aperta la ferita, se ci sono riuscito l’oscar dello stronzo vedrai che non me lo toglie nessuno, mi riportano in sala operatoria e quel letto che mi sembrava fresco il giorno dell’intervento lo sento gelido, di ghiaccio, come se la pelle ci si attaccasse e sudo ancora, grondo ancora sudore freddo, freddo bestia. M’aprono la medicazione e la ferita è lì, chiedigli come che te lo dice, intatta, immacolata, miracolosamente illesa. Non è saltato un punto, idiota. Ciao
copains della day surgery 2, l’idiota si trasferisce nella suite Leonardo da Vinci, per i profani terapia intensiva, la simpatica camera cinque con saturimetro e pressometro (si chiama così? Io son geometro) attaccati fissi e due cannule, una per braccio, con le quali si distinguono i pazienti idioti. Arriva un’altra infermiera e mi fa una solenne iniezione di
diclofenac sul quarto superiore destro del gluteo destro che, per uno come me che non ne ha mai fatto uso, ha un effetto calmante poderoso. Passa tutto. Tutto. Il dolore scema gradualmente fino a svanire del tutto. Sono cereo, nemmeno bianco che è un modo di dire sterile, sono di quel cereo che si vede su quei telefilm allegri che parlano di autopsie come di libri o viaggi, sì, vaffanculo, sì. Sono in camera e riesco a distendere i muscoli delle gambe, piano piano che non c’è più bisogno, non serve più, è andata, è andata, è andata bene. Credo sia l’una quando la mia compagna rientra e i medici gli raccontano tutto ciò che è successo; ha fatto la notte e m’ha visto tranquillo, vatti a fare un sonnellino, così ti riposi un po’, vai tranquilla. Questa frase detta da me può essere tradotta solo ed esclusivamente con
prepàrati al peggio; difatti lei, appena arrivata in ospedale in day surgery 2 trova il mio letto sfatto e i miei sodali che tacciono, no tranquilla è solo in sala operatoria che è caduto dal letto, forse s’è riaperto il taglio, magari è uscito anche il sigma colico, uh, scusi. Mi ricorda la barzelletta del soldato Rossi e della vedova: è lei la vedova Rossi? Ma io non sono vedova. Scommettiamo? Questo è quel che mi racconta al mio capezzale ed ora posso dirgli con tutta la calma del pianeta che ho compiuto una scelta un tantino avventata, ma sì, diciamolo. I miei sodali han veramente omesso quanto verificatosi e hanno lasciato che dotti, medici e sapienti rendessero edotta la mia compagna con tatto e professionalità, com’è poi accaduto. Ed ecco che il pomeriggio scorre lento, tra bòtte di flebo da litri due maturate due mesi in barrique di rovere di Slavonia e sei mesi in acciaio, antibiotici e gastroprotettori in endovena; dopo una mattinata d’inferno mi sento come frate Leone quando coglie l’essenza della perfetta letizia. Bruno, il mio nuovo vicino, ha subito un intervento in laparoscopia per una diverticolite, con l’asportazione di un tratto dell’intestino è anch’egli una giojosa macchina da guerra alimentata anch’essa a carbon coke, ma il sonno s’impadronisce rapidamente dello scrivente, spossato all’inverosimile.
Giorno 2, 29 ottobre: sveglia alle sei, come di consueto, termometro, saturimetro, valori pressori, emocromo, ohé, terapia intensiva, mica ciccia di majale ed il mio braccio sinistro subisce l’onta di una cannula chiusa ché non si sa mai, oltre a’prelievi di globuli&piastrine e misurazioni approssimative de’miei valori pressori che ora stazionano mesti in zona 100 su 70, che entusiasmo, sembra la presentazione di un film di Lynch. Sia io che Bruno apparteniamo a’rejetti, a quelli che, come recitava il Dott. Prof. Birkenmaier,
niente manciare niente pere e stranamente avverto flebili i primi morsi della fame. Infatti, superato l’evento, i medici mi dicono che da giovedì posso iniziare a bere un po’ di tè e magari,
c’est vraiment encroyable, anche n. quattro (2) fette biscottate. Però, c’è un però, eccome se c’è (a un certo punto pensate ad un processo di
morphing dove esce la poderosa voce del farmacista di Settefolli, lui, Giorgio Bracardi): va assolutamente effettuata opera di svuotamento dell’intestino (dopo tre giorni di stasi, di riposo forzato l’intestino ha subìto opera di rallentamento) e quindi si rende indispensabile
la purga! Perché l’uomo è una bestia, trà, trà e traàaa! Ecco quanto: il primo pomeriggio mi si palesa, angelica, Cecilia dall'alta valle del Tevere, altra infermiera con il clisma o come diamine si chiama l’orrido strumento di tortura; sacripante, dico io, a me, regolare come un Blancpain, appunto, a me che tocca subire l’onta dell’ultima spiaggia del fecale (ferale, aggiungerei) ed ultimo liberatore. E sia: mi volgo e non sto a riferire lo sconvolgimento che provoca l’orrido liquame, nel quale non confido più di tanto, visto che m’era parso d’aver adempiuto a’miei doveri domenica sera, prima del ricovero. No. Non est: fino alle ventiquattro ore della giornata per sette volte sette, neanche fosse una piaga d’Egitto come rane, locuste o piogge di sangue il mio intestino gorgoglia, vomita, defeca, spruzza e quanto di più irriferibile si possa scrivere su un blog la mia parte terminale compie, in una parabola perfettamente geometrica con il terzo episodio poderoso ed inaspettato che fa sbottare il mio sodale in un impropero ora comprensibile, allora meno. Altro che soluzione salina; necessito di una flebo di Supradyn, anche effervescente in un tripudio&trionfo d’emboli festosi, sono uno straccio, tant’è che nemmeno l’orso Bruno riesce a destarmi e, bene o male, riesco a dormire in un modo o nell’altro, con un’inaspettata continuità.
Giorno 3, 30 ottobre: sveglia ore 6, assalto alla cannula sita sul braccio destro, saturimetro sull'indice della mano sinistra che, garrulo come la miglior aquila di Ligonchio bercia festante (io, in ispecial modo)
cento, cento, vai che va meglio, termometro (già, anche l'altri giorni c'era stato il
ritual del termometro ma nulla se non un trentasette stirato a parlar di un'ipotesi di febbriciattola, bagattelle, via via, su su), prelievo per la verifica del mio misero emocromo, sto messo maluccio, sì sì e la solita, consueta, nefanda flebo da litri due a tormentarmi la cannula sita (assisa, appollajata, conficcata, fate
vobis) sul braccio destro. Ore 8,
boja, inizio ad aver fame e forse ci sarà una colazione degna di nota
e invece no:
può prendere solo qualcosa da bere, per quanto riguarda l'alimentazione un pajo di fette biscottate (poi spiego)
e accontentati. Facce ride': tè, latte o caffè? Ed ecco che
'o fesso abbocca: caffellatte, vai! Peccato che il caffè (e poi lo sapevo) sia d'orzo, io, il caffè d'orzo, il giorno che il mio corpaccione ne dovrà fare a meno sarà una definitiva amputazione e niente surrogati,
jamais! Intanto entra qualcosa che ricorda il cibo (io faccio cappuccino e cornetto a Capodanno,
poibàtta®) e già è qualcosa. A metà mattinata arriva Mario (l'uomo del tre in uno) a chiedere come va, eh, un martedì pessimo, a confronto oggi sto come Hugh Hefner in redazione (e non si parla di
Pescare). E qui Mario, lui, mi rende edotto di quel che è successo martedì, o meglio, di quel che lui ha fatto martedì, segue cronaca, i fatti distinti dalle opinioni, siam serî: orbene, Mario è girato dall'altra parte e dorme il sonno del giusto o quanto gli possa permettere l'inopinato quanto necessario
tre in uno di cui è stato oggetto, quando sente un tonfo sordo, di quelli che ti destano di soprassalto e che
antes ti fanno arrivare il cuore in gola e la scena che mi descrive ha del drammatico e grottesco insieme: io sto precipitando verso il basso al
ralenti come in quegl'incantevoli
b-movie dove lo
Stìvensigàl® di turno assesta l'
uppercut finale al malvagio, precipitando dicevo e frano (sì, frano) in maniera miserrima verso l'infermiera di turno, che,
'un tu lo vedi alle volte, c'era posto in miniera e te nulla, all'ospidale, scusa Anna di Katowice,
tocca a te. E qui si verifica il
milagro: Mario,
diosacome, ratto m'afferra il capino (una sega, c'era un Brionvega - Brionvega, quell'altri ci fanno una sega - e due, ciò
leticato con la punteggiatura, mi son riperso, dicevo il Brionvega uguale uguale l'altro ieri all'Eldo, era anche in offerta speciale, tò), dicevo del capino tenerello e fa sì che solo il rimanente 90% del mio corpaccione faccia
scopa con l'anima derelitta (quel che ne rimane) della
polski. E mentre io sono al bujo più completo, nella stanza è
panico, quello vero (addirittura al piano di sotto si vocifera
e 'nuto giùe 'n armadietto, sicuro, n'n è sentit' che tonfo?). La matrona sviene e sogna la caduta del Santo per tre notti di seguito (realizzando tra l'altro un ricco ambo sulla ruota di Roma e a me nulla), la moglie di Mario (ma anche Mario, vedi te) sobbalza repentina anche perché sto trascinandomi via anche il Santissimo
Ecce Homo© (Remo Ragno, 1912), nella fattispecie cateteri e tubature varie&eventuali
* * *
HO RIPRESO, SIGNORE E SIGNORI. Ringrazio chi ancora ha frugato in questo
blog e giuro sulla testa dei miei figlioli che mi ci rimetterò di buona lena (Biolcati).